La donna che sa
24 Giugno, 2004 20:07 imbustato da: plasson.
Seminascosto nella luce soffusa, il bicchiere quasi vuoto davanti, perso nella musica che cadeva dal palco, non si voltò neppure per dirle:
- Che dirti ? Mi piacciono le storie, questo lo avrai già capito.
Mi piacciono i cortocircuiti, le assonanze, le reazioni, gli incontri.
Anche tu hai storie bellissime da raccontare, ne sono sicuro.
Tutto sta farle uscire fuori da dove sono.
Fu a quel punto che si voltò per sorridere.
Un sorriso necessario, un sorriso che era la giusta conclusione di quella frase.
Incrociò lo sguardo di lei che gli sembrò quasi assente, lasciato in un'altra storia:
- Le mie di storie hanno bisogno di pazienza per farle uscire...
ma detta piano, una frase sussurrata e lenta: una confesssione.
A quel punto capì.
A quel punto capì quello che c'era da capire.
Sapeva che quelle storie sarebbe uscite da quella bocca, in un modo o nell'altro sarebbero uscite, vo-le-va-no uscire.
E lui le avrebbe catturate, rubate, vissute nella voce di lei.
Non ci volle molto tempo...
Sulla fine di una frase a due tra pianoforte e tromba cominciò a raccontare:
- C'è una storia che raccontano nel sud dell'america:
una donna,
una lupa,
la chiamano 'La donna che sa'...
dicono che viva ai margini delle strade, nei boschi, nei campi abbandonati,
lei raccoglie ossa di animali, va cercando frammenti di chi si è perso.
Frammenti che poi porta con se, nella sua caverna, a casa.
Quando li ha trovati tutti.
Quando lo scheletro è ricomposto, La donna che sa canta.
Canta, Canta sulle ossa di quello che è stato
Canta e veglia tutta la notte, aspettando che l'animale ritorni a vivere.
- A volte io mi sento così.
Quello che succedeva sul palco aveva oramai perso di interesse, ora lui stava cercando, doveva capire da dove veniva la donna con quella storia.
Perché aveva scelto lui per raccontarla.
Ma sopratutto, visto che stava lì e cantava: Cosa doveva far tornare in vita ? (Continua)
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