Entro ed esco dal casino


Una (?) vita BorderLine

Lucia e me

02:30, 07/01,2009
Io amo giocare con le parole.
Quelle che mi piacciono le afferro al volo, le riascolto, le riscrivo, a volte le smonto, persino, prendo i pezzi e li mescolo ma poi le riaggiusto e le lascio andare tanto lo so che prima o poi torneranno e giocheremo di nuovo insieme.
Alcune mi seguono anche se non mi va, non mi dicono niente, non mi servono: quelle le scaccio, nemmeno le ascolto e se lo faccio le dimentico in fretta.
Ma ora ce n'è una che mi assilla da un po' e proprio non vuole lasciarmi in pace. La prima volta è arrivata come un fulmine, così improvvisa e abbagliante da farmi vacillare, così scottante da rimanere impressa in un secondo. Non sei un bel gioco, ho pensato di lei, non voglio ricordarti. Però i giorni passano e lei è ancora lì. Mi segue petulante, mi tiene sveglio e mi chiede di giocare anche con lei. Non serve chiudere gli occhi, non serve tapparsi le orecchie: lei è paziente e rimane a fissarmi, ad aspettare che io mi distragga per cogliermi di sorpresa e spaventarmi ancora.
Ma stanotte ho deciso. Le dirò: va bene, non mi piaci ma giocherò con te. Prenderò fiato, la aspetterò, la ascolterò, la leggerò, la scriverò, la smonterò pezzo per pezzo e poi la masticherò per bene così quando alla fine la sputerò non sarà più lei, mai più e io la guarderò e non ne avrò paura e magari un giorno la saprò dimenticare.

 

Dove sono finito?

23:31, 01/27,2009

Dove sono finito?

Sono nei suoi occhi quando ridono, sono nell'acqua calda che le sfoglia la pelle e le scioglie i pensieri, sono nel respiro corto, sono nelle sue lacrime che restano asciutte per non spaventarmi, sono nella mia mano che accarezza la sua guancia, sono nel rumore delle pagine che leggiamo assieme, sono nelle sue labbra che baciano la mia mano, sono nella voce che trema, sono nel caldo, sono nella preoccupazione, sono nelle dita che stringono dita, sono nel futuro, sono nel mancante di questo presente, sono nelle parole che hanno smesso di essere scritte, che hanno smesso di essere non dette per diventare il mio regalo continuo per Lei.

Ecco dove sarò finito alla fine della storia.


 

Equilibrio

19:12, 12/26,2008

Sono le undici passate quando il suono lontano ma insistente di una sveglia sicuramente dimenticata dal proprietario che si trova diversi chilometri al sicuro da lei pone fine ad uno dei suoi soliti inquietanti e indescrivibili sogni. Agnese apre furtiva un occhio, poi l'altro...le righe tratteggiate disegnate sul muro dalla luce che filtra dalla serranda svelano che l'alba è già passata da un pezzo; l'orecchio per un attimo la fa dubitare, il silenzio è troppo intenso, ma sì, è un giorno di festa, è giusto e normale che sia così. 

Alzandosi assapora il gusto di questo scampolo di libertà; scarta con leggerezza tutte le cose che di solito le rendono difficile iniziare la giornata: le borse e i vestiti sporchi a terra, i piatti della sera prima ancora nel lavandino e quel maledetto ciuffo ribelle. In mezz'ora è già fuori casa e poi sull'autobus trattenendosi a stento dal battere coi piedi il ritmo che pulsa nei suoi auricolari.

Agnese cammina leggera sui ciottoli, in mezzo a quelle pietre così antiche è facile sentirsi ancora irrimediabilmente giovane e lanciata a passo svelto nella vita, senza timori, senza incertezze, senza bisogno di nessuno.

Io mi basto, io so cosa voglio o almeno so riconoscerlo quando lo vedo, io so sopravvivere al quotidiano e a me stessa, nonostante tutto. Questo pensa osservando con la coda dell'occhio la sua immagine riflessa sulle vetrine, notando senza darlo a vedere gli sguardi che ogni tanto le cadono addosso.

Si ricorda ad un tratto di non aver fatto colazione, entra nella prima pizzeria al taglio che incontra per la strada, è minuscola e non troppo attraente, ma l'importante è mettere qualcosa nello stomaco, qualcosa che la sostenga in questa sua marcia senza meta e senza ragione. Così afferra il suo pacchetto, sfila un guanto con i denti per liberare la mano e cercare gli spiccioli, ma i movimenti sono come sempre frettolosi e impacciati e il guanto in un attimo è a terra. Agnese fa per chinarsi ma un'altra mano è  più svelta della sua, un po' stupita segue con lo sguardo la linea del braccio per risalire al suo proprietario: i suoi occhi incrociano un sorriso e poi altri due occhi che sì, sorridono anche loro e così anche lei come contagiata. Mormora un grazie si volta ed è di nuovo sulla strada, senza neanche aspettare di sentire la risposta al suo mormorio. 

Cammina Agnese, morde la sua focaccia fumante godendone il sapore e le energie ritrovate, pensa soddisfatta alla sua capacità di apprezzare le piccole cose, non è facile con la vita che fa, con l'affanno e la stanchezza che non la lasciano mai, ma lei ce la farà, mai come adesso sente di essere capace di badare a se stessa.

Cammina Agnese, e osserva avida quello che le scorre a fianco, quando ad un tratto le sembra di perdere l'equilibrio, vacilla cercando un sostegno,  le scappa un sorriso che subito ne ricorda un altro e quel pensiero è come un abbraccio che sorregge. Agnese ritrova l'equilibrio, si gira sui suoi passi e fa ritorno verso casa. Immagina il momento in cui si toglierà cappello cappotto  e guanti e chiuderà gli occhi lasciandosi cadere sul letto, sa già che quel pensiero forse tornerà e lei non avrà nessuna voglia di mandarlo via.


 

Parole Crociate ai confini del Caos

16:23, 12/08,2008

 

1 Verticale: "Celeberrimo Porco di 3 lettere".


Ecco Alfredo ed ecco il suo trattore, l'attività creativa nella quale si sta cimentando ad alta voce, è ben conosciuta, anche in paese, con il nome Crucivemmione, un simpatico accozzarsi di due parole in una: Cruciverba e Bestemmione.
Poco lontano Gabriele alza la testa, sorride, la scuote e si china nuovamente verso il grappolo che sta staccando, più passa il tempo e più gli sembra di capire in che cosa consista lo strano riconoscimento reciproco che lo ha portato a lavorare per Alfredo e che ha portato Alfredo a parlargli a cuore aperto, al di là delle bestemmie, come non è solito fare mai.
Sono due fuggiaschi, tecnicamente, almeno in questo momento, immobili.
Entrambi fuggono da loro stessi, perché non sanno come affrontare ciò che gli fa paura.

 Underwater (Continua)


 

Come Treni

00:30, 10/08,2008
Corre, questo treno corre, questo treno soccorre e soprattutto scorre, scorre via come acqua volata da una cascata, come acqua che cancella per forza di frizione, come una sorta di lenta violenza che non ha niente a che fare con la pulizia, una cosa senza rimedio, ma finita, con una dimensione nello spazio (600 Km) e nel tempo (7 ore, circa, una dimensione variabile: una variabile funzione di altre variabili, più o meno vincolate).

E mentre il treno fa quello che deve fare, scorrere, correre, soccorrere, io trovo il tempo per pensare, trovo il tempo di ordinare in testa le parole, trovo il tempo per farle suonare, stupendomene come se sentissi per la prima volta il ritornello di un esercizio al pianoforte molto semplice o come il suono di una parola calda … come Casa o Ritorno.

Ritrovo il tempo di scrivere.

 

Corre scorre e soccorre
 (Continua)

 

Mute

15:56, 07/23,2008

Entrare in casa chiudendosi la porta alle spalle è più che mai un sollievo, oggi. Agnese ripensa al tragitto in ascensore (usare le scale non fa bene solo alle gambe, se ne è appena resa conto), alle chiavi tenute strette in una mano, così strette da averle lasciato il segno; è stato uno sforzo disumano trattenersi dal farle cadere per tapparsi le orecchie, chiudere gli occhi e iniziare a scandire sillabe a casaccio per coprire l'inutile blaterare del suo vicino di casa, protrattosi con un ammirevole calcolo dei tempi da terra al quinto piano, senza soluzione di continuità. Oggi è uno di quei giorni in cui avrebbe di gran lunga preferito quei proverbiali silenzi imbarazzanti, racchiusi tra "a che piano va?" e "arrivederci"; i suoi occhi stanchi avrebbero indugiato serenamente tra la punta delle sue scarpe, quelle del vicino, il suddetto mazzo di chiavi e un punto imprecisato oltre la parete dell'ascensore. Invece no. Appena entrata in casa si gira e appoggia la schiena alla porta; si lascia avvolgere dal senso di quiete ma dura solo un attimo perché immediatamente le sembra di sentire bussare: trattiene il respiro e pensa non ci sono per nessuno, ora proprio no. Non vale la pena nemmeno fermarsi a guardare dallo spioncino, non importa chi sia,non c'è distinzione di sesso età religione, qualsiasi manifestazione fisica dell'essere umano si riduce in questo istante ad un tanto semplice quanto dannoso contenitore di parole; Agnese sa bene che i contenitori di parole sono gestibili solo se le parole sono ben fissate su un foglio. Ma si sa, i fogli non usano bussare alla porta. Agnese si sfila rapida le scarpe e scivola silenziosa verso la camera; togliersi la divisa è un rituale tanto ripetuto quanto meraviglioso, ogni volta si stupisce a pensarsi prigioniera di quell'involucro così disperatamente diverso dalla sua percezione di se stessa. Tutti quegli strati pesano, e non è dovuto solo alla stoffa; ogni singola fibra è imbevuta di voci, le parole sono come melassa, rimangono attaccate e non c'è verso di farle scivolare via. Le più resistenti sono quelle che portano lamentele: purtroppo per Agnese, di solito sono anche le più numerose. Ogni strato tolto è un sollievo: via la camicia, addio signora Di Giovanni; via la gonna, vada a farsi fottere, signor Bucci, e così via.

Agnese si guarda allo specchio, finalmente libera, e si riconosce. Si avvia lentamente verso la doccia, lascia scorrere la tenda più piano che può e sospira, stravolta. La sua mano è sul rubinetto dell'acqua calda, mentre lo fa ruotare fa appena in tempo a sentire in lontanza un "Ma insomma signorina quante volte ancora dovrò sollecitare...." quando il getto, violento e salvifico, parte a inondarle il capo ed è insieme scrosciante e silenzioso. Però, - pensa - oggi ne avevo proprio fin sopra i capelli.

 

Un poeta di nome Alfredo

00:46, 06/26,2008

Si fermò sul limitare di una vigna. Una vigna al livello del mare...più ci pensava e più gli pareva strano, ‘come se la caveranno con la salsedine?’ non diceva. Proprio mentre era perso, fuggiasco dei pensieri oltre che della ‘Casa’, lo vide Alfredo, Alfredo va immaginato così: un omone che assomiglia ad un gigantesco cubo, un cubo con i baffi, più lo guardi e più ti aspetti che invece di camminare ruoti. C'è anche, chi, da sempre, cerca di contare i bottoni per riconoscere le facce. Alfredo.
Alfredo è un poeta. Poeta sconosciuto ed inconoscibile. Nel paese è noto per le sue bestemmie creative, pare che in un giorno di grazia sia riuscito ad abbinare alla divinità tutti e tre i regni: animale, vegetale e minerale, in un sol colpo. Nessuno conosce le sue poesie, le compone da ubriaco o, a volte, quando il cuore gli diventa troppo pesante. Alfredo Guarda Gabriele, Gabriele guarda Alfredo. E Alfredo ... bofonchia un’imprecazione.

 (Continua)


 

Uscita di sicurezza

23:57, 06/04,2008

 

Sarebbe bello se ci fosse qualcuno ad aspettarlo

22:51, 05/26,2008

- Potete scendere, le regole le conoscete: Ci fidiamo di Voi! Non allontanatevi troppo, alle quattro dovete essere tutti qui.

Aveva sempre funzionato, nessun problema con questi, non sono i furiosi.
Ognuno di noi, sì, noi infermieri compresi, è alla ‘casa’ perché qualcosa, dentro, si è rotto. Le cose sarebbero potute andare diversamente, non c’è molta differenza, loro sono ‘quasi’ normali, a volte, più normali degli altri, più normali di me.
Gabriele, ad esempio, ha occhi profondi, affetti ed azioni coerenti. Semplicemente Gabriele non parla, ma non posso essere certo che non abbia ragione lui, visto che pare a tutti evidente come questa sia una sua libera scelta. 
Nessuna reazione traumatica o cose simili, ma cosa ne posso sapere, io, che in fondo sono solo un infermiere di nome Ermete. Queste cose non sono tenuto a conoscerle, ma, nonostante ciò, sono convinto che il silenzio sia una sua scelta.

- Ermete, non ho intenzione di tornare oggi, perdonami amico, tu sei una brava persona, io non più.

 (Continua)


 

La vera nobiltà

15:37, 05/21,2008

Sono le due di notte mentre giro la chiave per chiudere bene il miocastello; può non darne l'impressione perché è un castello particolare,questo, senza torri o ponti o guardie, solo una porta e quattro tavoli e un bancone. Può sembrare strano a chinon mi conosce ma ti posso giurare sui miei figli (non si giura mai suifigli) che io lì dentro sono una vera regina. Decido chi entra e chino, chi mangia e quanto beve, quale musica ascolterà e soprattutto ilsuo umore. Ti pare che esistano cose più importanti? Se c'è qualcosa dicui puoi stare certo, te lo giuro sui miei figli (non si giura mai suifigli) è che so già che espressione avrai quando prenderai la porta ete ne andrai, ovviamente solo quando io deciderò che è per te ora difarlo.  Mi dispiace non averti conosciuto prima, se no ti avreiinvitato stasera al mio compleanno, magari ci si stringeva un po' ma nonè un problema stare stretti nel mio piccolo regno. Tu che lavoro fai?Te lo chiedo ora perché devi sapere che quando verrai a trovarmi nonavrà più alcuna importanza; dove comando io il tuo lavoro diventa soloun possibile soprannome perché lì il tuo titolo non ti darà niente dipiù o di meno di quanto avranno tutti gli altri presenti: i mieibicchieri pieni di vino, i miei sorrisi e le mie storie. Ah, devoavvertirti che non riceverai molti complimenti, no. Mi piace far starein allegria i miei sudditi e la mia qualità di sovrana incontrastata mipermette di farlo usando frasi diciamo, ecco, colorite: chi è tantonobile da non scandalizzarsi a volte mi fa da spalla e riceve la miapiù somma benevolenza insieme a titoli di vario genere conditianch'essi di un pizzico di regale volgarità. Ho già detto che decido iochi può entrare: l'imbarazzo e la vergogna non sono ammessi! Dovreimettere fuori un cartello, ma rovinerei l'effetto sorpresa sui nuoviclienti nonché gran parte del mio personale divertimento. Da me ridonotutti e a maggior ragione dovrò pure divertirmi io, che sono la regina,non ti pare? Pur avendo un discreto repertorio, ovviamente io conoscogià tutte le mie storie e allora vuoi sapere qual'è per me la fonte ditanta ilarità? I volti di chi mi ascolta, soprattutto di chi lo fa perla prima volta. Da tempo ho imparato a leggere anche dietro le mascherepiù dure: nel susseguirsi delle espressioni che fanno da scenografia almio spettacolo, c'è sempre un attimo preciso che sto ben attenta a nonfarmi sfuggire e che nei volti nuovi è più facile da cogliere perché lereazioni sono esasperate dall'inesperienza; mentre regalmente offro lemie ruvide perle di saggezza e comicità popolare, la confusione si trasforma inincredulità, poi il sorriso si allarga e ecco che scoppiano le risate. Io allora facciouna breve pausa ed è quello il momento preciso in cui riesco a vedere e farmia l'unica cosa di cui ancora non ho smesso di sentire il bisogno,dopo tutto quello che mi ha fin'ora riservato questa triste sorte daimmigrata abbandonata dal marito in terra straniera con tre figli(ricordati:non si giura sui figli). Questa cosa è il rispetto; quandolo vedo lo afferro al volo e sto bene attenta a non farmelo scappare.Lo lascio in un angolo e a fine serata me lo riguardo appagata, poisistemo i tavoli ed esco, chiudendo bene la porta per non farloscappare più.


 

Ginestre e Papaveri

15:17, 05/17,2008

Ginestre e Papaveri Rossi scorrono come macchie al di là del finestrino.
Giallo, niente, verde, niente ed infine Rosso.
Uno potrebbe anche non parlare mai, uno potrebbe, semplicemente, restare lì a guardare e non sarebbe neanche poi troppo strano. Forse per quello li accompagnano in giro.
Invece, quello che lui pensa e non dice è questo:
Io vorrei parlare di Brontolo, cioè, dell’idea di Brontolo, di quello che c’è dietro.
Bisogna immaginare per bene la situazione. Tu sei lì, e la tua vita non è poi malaccio, sì: lavori in miniera tutto il santo giorno, ti spacchi in quattro dalla fatica, ma, nonostante questo, tiri avanti, hai un tetto sulla testa e la mattina trovi la forza di canticchiare.
Il mondo di Brontolo non è un mondo tanto lontano.
Poi un giorno succede qualcosa e la tua vita cambia. E tu non puoi farci nulla, il cambiamento ti è capitato addosso, anche se non lo volevi, per di più tutti quelli che ti stanno intorno sembrano felici di questo cambiamento.. e tu? Nessuno ti ha neppure chiesto se fossi d’accordo.
Ed allora che faccia fai?

 (Continua)


 

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13:04, 05/15,2008

Il segreto è nella linea.                                                                                                                                    Non quella promessa dai produttori di alimenti dietetici; non quella che preghi sia libera quando hai bisogno di parlare urgentemente con qualcuno.

Il segreto è nella linea di demarcazione.

Le ragioni dello spostamento possono essere tante, può essere la semplice curiosità di vedere come si sta di là, il desiderio impellente di cambiamento, o magari la dolente constatazione che qui non c'è abbastanza spazio. Quando si decide di oltrepassare il limite, non è l'intensità delle cause che garantisce l'arrivo dall'altra parte. Non nel mio caso, almeno. Perché per quanto la velocità di spostamento sia sostenuta, manca la certezza di quello che mi aspetta: anche quando la destinazione è un posto già conosciuto, so che quella che ci sta tornando non può mai essere la stessa persona che c'era stata prima. Spiazzata da questa consapevolezza, la mente si affanna nell’inutile tentativo di comporre tutti gli scenari plausibili di come potrà essere stare di là, per sedare l’ansia e prevenire l’impatto.

E allora mentre sei già in movimento, per quanto sia forte la spinta iniziale e veloce lo spostamento, tra tutti gli scenari possibili ce ne sarà sicuramente almeno uno che ti farà dubitare di non farcela. Quando i tuoi pensieri ne prenderanno la forma, basterà un attimo per fermarsi e voltarsi, mentre stai passando sopra quella zona che non è già più "qui" ma non è ancora "là", mentre "eri" ma ancora non "sei". E' in quella precisa fase che entra in gioco lei, la linea.

Il trucco è farla talmente sottile, che, immerso in tutti quei pensieri, senza neanche accorgertene, sei già di là.


 

Oltre ogni ragionevole dubb io

19:08, 05/14,2008

Oltre ogni ragionevole dubbio.

Mi ha sempre fatto impazzire (ironia facile) come formula, anche metricamente, voglio dire: suona bene.

Suona come dovrebbero suonare sempre le frasi conclusive, quindi mi sembra giusto partire da lì.

Perché io non ci credo, cioè, forse è proprio quello il problema, ma confesso di non credere che possa esistere alcunché al là di un ragionevole dubbio. Anche perché il dubbio a volte non è niente affatto ragionevole e le cose, a ben guardare, sfuggono spesso la logica come l’olio fa con l’acqua. Perchè IO, nelle cose ci credo: IO.

 (Continua)


 

E pensare che

17:12, 05/14,2008
entro ed esco da un tempo immemorabile...è strano, non ti avevo mai notato prima; ok, non sei esattamente un essere 'appariscente'...ma insomma, potevamo incontrarci prima, no? Che ne so, potevo inciamparti addosso, sentire un rumore, qualcosa. Tu stavi lì di guardia e ok, il tuo compito era semplicemente restare lì. Ma io non ero tenuta a non notarti. Semplicemente non l'ho fatto. Se ci penso bene in realtà sono sempre passata in gran fretta. Forse è per quello. Mah. Ora so che ci sei, e va bene così; basta che tu non ti metta in testa di potermi chiedere ogni volta un fiorino.

 

E il nano di Frascati disse:

16:38, 05/14,2008

Sia il blog.
E quello FU.