Entro ed esco dal casino


Una (?) vita BorderLine

Equilibrio

19:12, 12/26,2008

Sono le undici passate quando il suono lontano ma insistente di una sveglia sicuramente dimenticata dal proprietario che si trova diversi chilometri al sicuro da lei pone fine ad uno dei suoi soliti inquietanti e indescrivibili sogni. Agnese apre furtiva un occhio, poi l'altro...le righe tratteggiate disegnate sul muro dalla luce che filtra dalla serranda svelano che l'alba è già passata da un pezzo; l'orecchio per un attimo la fa dubitare, il silenzio è troppo intenso, ma sì, è un giorno di festa, è giusto e normale che sia così. 

Alzandosi assapora il gusto di questo scampolo di libertà; scarta con leggerezza tutte le cose che di solito le rendono difficile iniziare la giornata: le borse e i vestiti sporchi a terra, i piatti della sera prima ancora nel lavandino e quel maledetto ciuffo ribelle. In mezz'ora è già fuori casa e poi sull'autobus trattenendosi a stento dal battere coi piedi il ritmo che pulsa nei suoi auricolari.

Agnese cammina leggera sui ciottoli, in mezzo a quelle pietre così antiche è facile sentirsi ancora irrimediabilmente giovane e lanciata a passo svelto nella vita, senza timori, senza incertezze, senza bisogno di nessuno.

Io mi basto, io so cosa voglio o almeno so riconoscerlo quando lo vedo, io so sopravvivere al quotidiano e a me stessa, nonostante tutto. Questo pensa osservando con la coda dell'occhio la sua immagine riflessa sulle vetrine, notando senza darlo a vedere gli sguardi che ogni tanto le cadono addosso.

Si ricorda ad un tratto di non aver fatto colazione, entra nella prima pizzeria al taglio che incontra per la strada, è minuscola e non troppo attraente, ma l'importante è mettere qualcosa nello stomaco, qualcosa che la sostenga in questa sua marcia senza meta e senza ragione. Così afferra il suo pacchetto, sfila un guanto con i denti per liberare la mano e cercare gli spiccioli, ma i movimenti sono come sempre frettolosi e impacciati e il guanto in un attimo è a terra. Agnese fa per chinarsi ma un'altra mano è  più svelta della sua, un po' stupita segue con lo sguardo la linea del braccio per risalire al suo proprietario: i suoi occhi incrociano un sorriso e poi altri due occhi che sì, sorridono anche loro e così anche lei come contagiata. Mormora un grazie si volta ed è di nuovo sulla strada, senza neanche aspettare di sentire la risposta al suo mormorio. 

Cammina Agnese, morde la sua focaccia fumante godendone il sapore e le energie ritrovate, pensa soddisfatta alla sua capacità di apprezzare le piccole cose, non è facile con la vita che fa, con l'affanno e la stanchezza che non la lasciano mai, ma lei ce la farà, mai come adesso sente di essere capace di badare a se stessa.

Cammina Agnese, e osserva avida quello che le scorre a fianco, quando ad un tratto le sembra di perdere l'equilibrio, vacilla cercando un sostegno,  le scappa un sorriso che subito ne ricorda un altro e quel pensiero è come un abbraccio che sorregge. Agnese ritrova l'equilibrio, si gira sui suoi passi e fa ritorno verso casa. Immagina il momento in cui si toglierà cappello cappotto  e guanti e chiuderà gli occhi lasciandosi cadere sul letto, sa già che quel pensiero forse tornerà e lei non avrà nessuna voglia di mandarlo via.


 

Mute

15:56, 07/23,2008

Entrare in casa chiudendosi la porta alle spalle è più che mai un sollievo, oggi. Agnese ripensa al tragitto in ascensore (usare le scale non fa bene solo alle gambe, se ne è appena resa conto), alle chiavi tenute strette in una mano, così strette da averle lasciato il segno; è stato uno sforzo disumano trattenersi dal farle cadere per tapparsi le orecchie, chiudere gli occhi e iniziare a scandire sillabe a casaccio per coprire l'inutile blaterare del suo vicino di casa, protrattosi con un ammirevole calcolo dei tempi da terra al quinto piano, senza soluzione di continuità. Oggi è uno di quei giorni in cui avrebbe di gran lunga preferito quei proverbiali silenzi imbarazzanti, racchiusi tra "a che piano va?" e "arrivederci"; i suoi occhi stanchi avrebbero indugiato serenamente tra la punta delle sue scarpe, quelle del vicino, il suddetto mazzo di chiavi e un punto imprecisato oltre la parete dell'ascensore. Invece no. Appena entrata in casa si gira e appoggia la schiena alla porta; si lascia avvolgere dal senso di quiete ma dura solo un attimo perché immediatamente le sembra di sentire bussare: trattiene il respiro e pensa non ci sono per nessuno, ora proprio no. Non vale la pena nemmeno fermarsi a guardare dallo spioncino, non importa chi sia,non c'è distinzione di sesso età religione, qualsiasi manifestazione fisica dell'essere umano si riduce in questo istante ad un tanto semplice quanto dannoso contenitore di parole; Agnese sa bene che i contenitori di parole sono gestibili solo se le parole sono ben fissate su un foglio. Ma si sa, i fogli non usano bussare alla porta. Agnese si sfila rapida le scarpe e scivola silenziosa verso la camera; togliersi la divisa è un rituale tanto ripetuto quanto meraviglioso, ogni volta si stupisce a pensarsi prigioniera di quell'involucro così disperatamente diverso dalla sua percezione di se stessa. Tutti quegli strati pesano, e non è dovuto solo alla stoffa; ogni singola fibra è imbevuta di voci, le parole sono come melassa, rimangono attaccate e non c'è verso di farle scivolare via. Le più resistenti sono quelle che portano lamentele: purtroppo per Agnese, di solito sono anche le più numerose. Ogni strato tolto è un sollievo: via la camicia, addio signora Di Giovanni; via la gonna, vada a farsi fottere, signor Bucci, e così via.

Agnese si guarda allo specchio, finalmente libera, e si riconosce. Si avvia lentamente verso la doccia, lascia scorrere la tenda più piano che può e sospira, stravolta. La sua mano è sul rubinetto dell'acqua calda, mentre lo fa ruotare fa appena in tempo a sentire in lontanza un "Ma insomma signorina quante volte ancora dovrò sollecitare...." quando il getto, violento e salvifico, parte a inondarle il capo ed è insieme scrosciante e silenzioso. Però, - pensa - oggi ne avevo proprio fin sopra i capelli.